“Il voto sulle mozioni per la ridefinizione dell’intervento in Libia dell’Italia nell’ambito Nato, potrebbe portare a una spaccatura trasversale non solo della maggioranza, ma anche delle op
1° maggio, festa del lavoro (per chi ce l'ha)
Riccardo Nencini
Mai come oggi il 1° maggio ha un significato così importante. In Italia ci sono oltre 4 milioni di lavoratrici e lavoratori senza alcuna tutela. Circa il 7 per cento degli italiani, giovani donne
e giovani uomini quasi tutti diplomati e laureati, vive come sospeso nell’impossibilità di essere artefice del proprio futuro.
Un “quarto Stato” a cui nessuno, né il Governo, né i partiti, né i sindacati, sa dare risposte. È, questa, la prima generazione di figli che sta peggio di quella dei padri, che segna un
arretramento delle proprie condizioni e della propria dignità.
Tanto basterebbe per fare una rivoluzione. Una “rivoluzione del buonsenso” è quella che proponiamo attraverso una petizione popolare da sottoporre all’attenzione del Parlamento, che invece di
occuparsi dei guai giudiziari del premier o di inventarsi fantasiose alchimie costituzionali come quella della riforma dell’articolo 1 è chiamato, proprio dal ruolo che la Costituzione già gli
assegna e dal mandato dei cittadini, a risolvere i problemi dell’Italia.
L’attuale normativa non incentiva i datori di lavoro a valorizzare le professionalità dei lavoratori precari, mediante la loro stabilizzazione, dopo un necessario periodo di prova, offrendo loro
certezze e tutele. Le politiche del lavoro di stampo “neo-liberista” hanno determinato una incontrollata precarizzazione dei rapporti di lavoro in tutti i settori, compresi quelli pubblici.
La flessibilità è l’architrave su cui poggia il nuovo mercato del lavoro. Tuttavia può essere regolamentata al fine di renderla un’opportunità per il lavoratore, una fase transitoria della sua
vita e non, come avviene oggi, un’ ostacolo permanente all’acquisizione di diritti. La “flexsecurity” sperimentata dai socialisti in alcuni grandi paesi europei, deve rappresentare qualcosa di
radicalmente diverso dal modello di “precarietà” attuale. Per raggiungere un simile obiettivo, occorre equilibrare tanto gli interessi del datore di lavoro che quelli del lavoratore.
Ecco perché una firma alla nostra petizione può farsi portatrice di una reale spinta riformista.
Chiediamo al Parlamento che siano approvate norme che limitino le possibilità di “prorogatio” nei confronti dei titolari dei contratti a termine, introducendo norme che regolamentino vincoli ed
incentivi allo scopo di promuovere e realizzare la stabilizzazione dei precari entro al massimo tre anni, rendendo la formazione dei lavoratori un obbligo per le imprese e un diritto per i
lavoratori.
Assieme ad esse, la riforma dell’attuale sistema degli “ammortizzatori sociali” rendendo simili le tutele dei lavoratori precari ed a tempo indeterminato e garantendo la effettiva parità di
retribuzione tra uomini e donne.
È l’unica via per ridare competitività all’Italia e riportare i figli sulla via tracciata dai padri.
Una via di nuovi diritti e nuove libertà.